Chiesa di Santa Maria Assunta

 

La chiesa di Santa Maria Assunta prospetta su Piazza Ducale ed è il duomo della città. Fu edifica per volere di Vespasiano Gonzaga e nel 1582 era già consacrata.

Esternamente presenta una facciata interamente coperta da un paramento marmoreo costituito dall’alternarsi di lastre bianche e rosse. L’elaborato portale ad edicola ed il portone in noce furono costruiti nel 1726. La torre campanaria, eretta dopo la morte di Vespasiano; assunse l’aspetto odierno tra il 1769 e il 1772 secondo il progetto di Ferdinando Galli Bibiena realizzato dal figlio Antonio.

L’austero battistero fu affiancato all’edificio sacro nel 1926 e costituisce certamente una nota stridente nell’armonioso complesso della piazza.

L’interno a pianta longitudinale presenta una navata unica e racchiude uno spazio ben proporzionato cadenzato dalle cappelle laterali. I setti murari sporgenti che dividono le diverse cappelle sono ricoperti da lastre di marmo rosso e bianco che richiamano quelle della facciata. Gli affreschi della volta a botte ribassata della navata, della controfacciata, dell’intradosso delle cappelle, della cupola, dei pennacchi e del catino absidale furono realizzati nel 1768 dal piacentino Antonio Bresciani per le figure e da Gaetano Ghidetti per la quadratura. Questa decorazione di gusto rococò sostituisce quella cinquecentesca realizzata da Bernardino Campi e dai suoi aiuti.

Le nicchie poste sopra gli altari delle cappelle laterali ospitano statue e pale d’altare. La sistemazione attuale degli arredi risale al 1767 quando i fabbricieri decisero di rinnovare ed abbellire l’edificio. L’antica disposizione degli altari, così come era stata definita nei primi anni del Seicento venne dunque radicalmente sconvolta. Le ancone lignee furono smontate e distrutte e al loro posto furono realizzati altari marmorei, le pale e le statue che occupavano le nicchie furono in parte accantonate nei depositi della chiesa e si procedette a un loro rinnovo. Ad esempio la cappella del Rosario fu privata dell’ancona con la statua lignea della Vergine, la sua coperta fu sagomata ed i tondi dei Misteri furono ridistribuiti. Pochi arredi furono invece posti nella collocazione originaria. È il caso della tela con Santa Lucia, dipinta dal pittore sabbionetano Giovanni Bresciani nel 1599, posta nella terza cappella di destra. Invece l’antica pala dell’altare maggiore, raffigurante la Vergine Assunta tra gli apostoli, dipinta dopo il 1607 dal pittore milanese Giovan Battista della Rovere detto il Fiamminghino, si trova ora all’interno dell’ex convento dei Serviti (l’attuale Casa di Riposo).

La decorazione delle pareti laterali delle cappelle fu realizzata dal Ghidetti che dipinse prospettive, balaustre con urne e tendaggi. Contemporaneamente il Bresciani decorò la volta, la navata e la controfacciata. Nella volta dipinse tre ovali con figure allegoriche: in quello centrale più grande vi è dipinto il Trionfo della Fede, della Speranza, e della Carità mentre alcuni angeli scacciano l’Eresia, in quello verso la facciata sono raffigurate la Misericordia e la Verità mentre in quello verso la cupola campeggiano la Grazia e la Giustizia divina. Nella controfacciata dipinse in monocromo Mosè e Aronne, come finte statue, e al centro un’iscrizione che celebra i lavori di rinnovo della decorazione conclusi nel 1768. La grande bussola neoclassica fu progettata dall’architetto Carlo Visioli. Ai suoi lati si ergono due monumenti funebri cinquecenteschi composti rispettivamente da due paraste ioniche col fusto scanalato che reggono un’arca sepolcrale su cui è scolpita un’epigrafe dedicatoria. Quello di sinistra commemora Marco Giulio Lanfranchi funzionario di Vespasiano Gonzaga deceduto nel 1574, quello di sinistra ricorda il giovane artista fiammingo Jean de Villa tragicamente annegato nelle acque del fiume Oglio nel 1562.

Nel 1768 Antonio Galli Bibiena, scenografo ed architetto teatrale, artista richiesto dalle più prestigiose corti d’Europa, ricevette dalla ricca confraternita locale del Santissimo Sacramento il compito di ricostruire e decorare l’omonima cappella nella chiesa maggiore di Sabbioneta. Fu scelta l’ultima cappella di destra poiché il cortile retrostante offriva la superficie necessaria per realizzare un piccolo tempio, che fu innalzato senza badare a spese e portato a termine col concorso di numerose maestranze. Ha pianta ottagonale con quattro lati lunghi e quattro brevi. Agli spigoli sono addossate lesene composite in stucco poggianti su alti basamenti e reggenti una trabeazione mistilinea. Su questa insiste il sistema della copertura costituito da due calotte: una interna in cotto traforato a giorno, l’altra in muratura e dipinta d’azzurro. Tra le due vi è un’intercapedine nella quale filtra luce naturale proveniente da piccole finestre esterne. I due sacrari dei martiri furono realizzati nel 1937 e sono opera dello scultore Ludovico Pagliaghi. Sopra l’altare una nicchia ospita la statua del Sacro Cuore, opera novecentesca.

La chiesa di Santa Maria Assunta custodisce un’importante raccolta di reliquie di martiri risalenti in buona parte alle feroci persecuzioni dell’imperatore Diocleziano (III secolo). A causa di un incendio sviluppatosi negli anni Trenta del Novecento nei locali che le ospitavano, gran parte di queste andarono distrutte. Fortunatamente alcune di esse uscirono indenni dalle fiamme; fu perciò possibile ricomporle e situarle nelle preziose teche dei due sacrari.

Il vano della cupola, nel quale avanza il presbiterio, è formato dall’incrocio della navata con il breve transetto. L’affresco della calotta, realizzato dal Bresciani, raffigura l’Assunzione della Vergine avvolta da una luce dorata e portata in trionfo su impalpabili nubi da un turbinio di angeli trionfanti. I bracci del transetto sono costituiti da un’unica gigante nicchia profonda quanto una delle cappelle laterali ed ospitano due cantorie, intagliate da Antonio Maria Lodi nel 1768. Quella di sinistra costituisce la cantoria mentre l’altra ospita un organo costruito nel 1851 dalla famiglia di organari piacentini Lingiardi. I quattro confessionali, realizzati dal Lodi nel 1745, disposti sotto le cantorie ed addossati ai due pilastri terminali della navata, raccolgono tutti gli elementi tipici dello stile del marangone sabbionetano: le volute e le paraste con i capitelli a cartoccio nel corpo del mobile, i paraviso rigonfi, le cimase a giorno e l’originale composizione vegetale al centro del cancelletto. La decorazione pittorica nell’abside e nel presbiterio è costituita da finte architetture, mentre nel catino absidale, sopra una finta balaustra rococò, graziosi putti reggono una corona di stelle.

Il presbiterio è rialzato rispetto il pavimento della navata ed è chiuso da un sistema di balaustre marmoree raccordate al centro e ai lati da tre cancelletti settecenteschi. L’elaborato cancelletto centrale fu realizzato nel 1756 mentre le balaustre laterali sono chiuse da due più semplici cancelletti eseguiti nel 1762. L’altare e la zona absidale subirono il mutamento degli arredi nel corso dell’Ottocento. La complessa struttura dell’altare, composta da intarsi di marmi policromi ed impreziosita da fregi ed ornamenti in bronzo ed argento, fu realizzata nel 1892, mentre il coro ligneo fu interamente rifatto nel 1828. La nicchia posta nell’abside sopra il coro, tra i due finestroni in alabastro che diffondono una morbida luce grazie alla loro opaca trasparenza, ospita una statua lignea settecentesca della Vergine.

La sagrestia, ammodernata nel settimo decennio del Settecento, è una vasta sala rettangolare voltata a botte. Nel grande ovale centrale, contornato dagli stucchi dorati di Paolo Campora, il pittore veronese Giorgio Anselmi dipinse Mosè e Aronne in preghiera. Gli stucchi del Campora e gli affreschi dell’Anselmi furono realizzati nel 1776. I mobili (gli armadi, le cinque porte e i due banchi in noce), intagliati e montati da Francesco Galli di Soragna tra il 1783 e il 1788, rappresentano il primo esempio di arredo ligneo neoclassico della zona e mostrano gli elementi (volute rovesciate e vasi da cui pendono ghirlande) tipici del classicismo dell’architetto francese Edmond Alexandre Petitot. Nella parete breve di fondo si apre una cappella affiancata da due porte sopra il cui altare è posta una copia della Madonna della gatta di Raffaello. Il dipinto fu forse realizzato da un pittore della scuola di Giulio Romano. Nella parte alta delle pareti, invece, sono posti dei tondi circondati dalle cornici in stucco del Campora con episodi della Vita della Vergine dipinti da uno sconosciuto pittore settecentesco. (Giovanni Sartori)