IMPIANTO URBANISTICO

 

Sabbioneta, città di fondazione (urbs condita), edificata tra il 1556 ed il 1591 per volere di Vespasiano Gonzaga, è collocata al centro della pianura Padana, tra la sponda sinistra del Po ed il basso corso dell’Oglio. Un tempo occupava una posizione di grande valore strategico; controllava infatti un’importante via di scambio che metteva in comunicazione la piana bresciana con Casalmaggiore e Brescello, centri di traffico fluviale del medio corso del Po.

Come piccolo stato indipendente, Sabbioneta ebbe, senza dubbio, grande rilevanza nel delicato gioco degli equilibri politici tra gli stati regionali padani. Ducato autonomo dal 1577 confinava ad ovest con il Ducato di Milano, retto dal 1535 da un governatore spagnolo; a sud, oltre il Po, con il Ducato di Parma e Piacenza, ritagliato nel 1545 all’interno dei territori pontifici ed affidato ad Ottavio Farnese nel 1547; infine a nord-est con il più antico Ducato di Mantova governato dal parente Guglielmo Gonzaga.

Nel favorire l’edificazione di questa nuova città non è da escludere il diretto interesse della monarchia spagnola poiché Sabbioneta, grazie alla sua avanzata struttura difensiva, si presentava principalmente come una fortezza incastonata nel cuore della pianura Padana. Insieme con i sopracitati stati confinanti, Sabbioneta fu legata al re di Spagna e all’imperatore da uno stretto vincolo sia di sudditanza che di gelosa conservazione e conferma della propria autonomia e dei propri privilegi. E’ ormai certo che il suo sviluppo e la sua integrità territoriale vennero garantiti non solo dagli stretti rapporti di amicizia e parentela fra Vespasiano Gonzaga ed il re cattolico Filippo II d’Asburgo, ma anche dal fitto scambio diplomatico e dalla sincera amicizia che intercorsero tra il fondatore e i reggenti degli stati regionali contigui.

Il progetto tanto delle opere fortificate quanto della pianificazione urbana è attributo allo stesso Vespasiano Gonzaga. Egli si avvalse della pluriennale esperienza di architetto militare al servizio del re di Spagna e fece tesoro dell’attento studio dei trattati italiani di urbanistica ed ingegneria militare editi a partire dalla seconda metà del XV secolo. Nel disegnare Sabbioneta, Vespasiano tenne sicuramente conto del “Trattato di Architettura” del senese Pietro Cattaneo pubblicato nel 1554 nonché dell’edizione veneta di Vitruvio tradotto e commentato dal veneziano Daniele Barbaro nel 1536. Si avvalse anche della consulenza di esperti teorici dell’arte militare come il novarese Girolamo Cattaneo e della perizia tecnica di abili ingegneri ed architetti quali il piacentino Bernardino Palizzari detto il Caramosino e forse il pratese Domenico Giunti.

Le strade, disposte secondo l’antico schema dell’accampamento romano, sono ortogonali tra di loro e delineano 34 isolati. Si distinguono quindi due assi principali; l’antica via Giulia (oggi via Vespasiano Gonzaga) che percorre la città da est ad ovest e collega tra loro le due porte d’accesso; l’odierna via Dondi, perpendicolare alla precedente e di più modeste dimensioni.

Vespasiano Gonzaga nella pianificazione urbana adottò alcuni accorgimenti: spezzò la via Giulia in prossimità delle porte secondo un’indicazione desunta dal “De re aedificatoria” dell’umanista genovese Leon Battista Alberti, concluse le vie a “T” o a “L” e variò la loro larghezza così che le due file di case non risultassero perfettamente parallele, ma tendessero ad incontrarsi. Ottenne in tal modo un effetto di inganno prospettico che faceva sembrare le strade virtualmente più lunghe. Sabbioneta assunse l’aspetto di intricato labirinto studiato per disorientare il nemico e per rendere più efficace l’azione difensiva, ma soprattutto per dilatare lo spazio facendo apparire la città più grande di quanto non fosse in realtà.

Le due piazze sono collocate in posizione asimmetrica e decentrata e costituiscono i due più importanti nuclei della città attorno ai quali sorgono gli edifici più rappresentativi.

Piazza d’Armi, nella seconda metà del XVI secolo, era il centro della vita privata del signore ed il luogo in cui venivano addestrati e schierati i soldati. Anticamente era di forma poligonale con uno dei lati aperto e tangente a via Giulia ed i rimanenti chiusi da tre edifici collegati tra di loro. Ad ovest sorgeva l’antica Rocca (oggi distrutta) vera e propria roccaforte circondata da un largo e profondo fossato unito alla piazza per mezzo di un ponte levatoio. Vespasiano vi aveva ricavato (in alcuni ambienti) la sua dimora, la quale, tramite uno stretto passaggio coperto su archi, era collegata al complesso villa con giardino e galleria. Il Palazzo del Giardino riprende la tipologia delle ville suburbane ma è anomalamente inserito all’interno della cinta muraria. Era il luogo del riposo in cui il signore amava ritirarsi per trovare sollievo dalle occupazioni politiche e militari, per leggere, per studiare e occasionalmente per partecipare alle feste di corte. Alle sue spalle si apriva un magnifico  giardino all’italiana animato da fontane, giochi d’acqua e pergolati. Dalla villa, tramite un piccolo cavalcavia si passa nella Galleria, un lungo corridoio che chiude il lato orientale della piazza. La galleria insieme con la villa ospitava una collezione di marmi di epoca classica e curiosità naturali, evidente manifestazione della squisita passione di Vespasiano Gonzaga per la cultura artistica dell’antichità. Egli volle riassumere in una sola grande esposizione le ricche collezioni di pezzi archeologici secondo l’uso dei grandi cardinali romani e le raccolte di naturalia a imitazione della celebre Wunderkammer, allestita dall’imperatore Rodolfo II nel castello di Praga. Al centro del lato aperto su via Giulia sorgeva anticamente la colonna con la statua romana della dea Pallade-Atena (oggi al centro di Piazza d’Armi) che segnava il centro ideale della città e forse, come moderno palladio, garantiva l’incolumità dell’intera città.

Piazza Ducale era invece il centro della vita pubblica del signore e della cittadinanza ed il luogo del mercato, quindi del commercio e degli scambi. È di forma perfettamente rettangolare e lascia libero lo spazio altrimenti occupato da due interi isolati; su di essa si affacciano tre importanti edifici. Ad ovest sorge il Palazzo Grande sede degli impegni politici e amministrativi e palazzo ufficiale di rappresentanza, un tempo collegato tramite dei cavalcavia agli edifici adiacenti nei quali erano situati gli uffici ausiliari. In due sale dell’ala meridionale, Vespasiano fece collocare la “Libreria grande”, una biblioteca purtroppo oggi completamente dispersa, in cui trovavano posto le opere degli autori classici e i moderni trattati di geometria urbanistica ed ingegneria militare. Ad est, nel lato opposto della piazza, si trovava il Palazzo della Ragione che ospitava al suo interno l’abitazione del vicario generale (la massima autorità dopo il principe), le carceri e diversi uffici. A nord, tra i palazzi signorili, si eleva la Chiesa di Santa Maria Assunta, duomo della città; nelle immediate vicinanze si trova il piccolo oratorio di San Rocco e San Sebastiano di epoca più tarda. A sud, a livello del piano terreno degli edifici privati si apre un lungo portico a bugnato rustico di marmo bianco con pilastri quadrangolari su cui insistono archi a tutto sesto. Nel 1588, a sinistra della scalinata d’accesso di Palazzo Ducale, su di un alto basamento fu posta la statua bronzea di Vespasiano Ganzaga ritratto dallo scultore aretino Leone Leoni nelle sembianze di un imperatore romano.

Tra le due piazze, in posizione mediana, sorge il Teatro all’Antica. Fu innalzato tra il 1588 e il 1590 su progetto del vicentino Vincenzo Scamozzi secondo i canoni serliani di impianto “all’antica” e fornito di spazi tecnici: il foyer, i camerini per gli artisti con ingresso separato e le facciate prospicienti le pubbliche vie. Una compagnia fissa di comici dell’arte stipendiati dal Duca vi rappresentava tragedie e commedie.

La zona residenziale, invece, avvolge le due piazze ed occupa tutti i rimanenti isolati della città. E’ questa la parte che ha subito più trasformazioni estetiche; l’aspetto odierno è settecentesco. Nei palazzi per i nobili e nelle case per la borghesia, che raramente superano i due piani d’altezza, hanno grande importanza le facciate. Esse si uniscono tra di loro e assumono l’aspetto di quinte rettilinee in cui il limite fisico delle pareti un tempo veniva negato dalla decorazione ad affresco. Le facciate generalmente presentano una porta arcuata a tutto sesto con strombatura e due o tre ordini di finestre equidistanti tra loro, disposte simmetricamente rispetto l’asse centrale. In molti casi cornici rettilinee dividono i diversi ordini e cornicioni aggettanti concludono i piani di sottotetto che presentano finestrelle rettangolari. I portali d’ingresso delle abitazioni non conducono in un androne come nelle corti rurali, ma generalmente immettono in un corridoio che permette l’accesso indipendente alle varie camere. Una delle porte posizionate quasi sempre nella seconda metà del corridoio conduce al vano della scala. La copertura dei piani è a cassettoni mentre il tetto è a padiglione o a capanna.

La città fu dotata per volere dello stesso Vespasiano di tutte quelle infrastrutture necessarie per un perfetto funzionamento del piccolo stato di cui era la capitale.

Tra il 1551 ed il 1559 fu avviata presso l’abitazione del ricco e potente ebreo Tobia Foà una stamperia, sorta per far fronte alla grande richiesta di libri ebraici non opportunamente soddisfatta da Venezia. In quel periodo in Sabbioneta non esistevano ancora “particolari esigenze amministrative legate ad importanti attività commerciali e di governo”, oppure “precisi bisogni culturali” tali da rendere necessaria una costante attività tipografica come poi accadrà dopo il 1562. Tra i diversi stampatori preposti per contratto alla tiratura di ogni libro, presenziano a Sabbioneta il famoso ebreo Cornelio Israel Adel-kind che tra il 1553 ed il 1554 pubblica le migliori opere ebraiche sabbionetane, e dopo il 1559 il cattolico cremonese Vincenzo Conti.

Attorno al 1558 Vespasiano rende esecutivo il diploma imperiale del 1497 con il quale l’Imperatore Massimiliano I d’Asburgo aveva concesso ai figli di Gianfrancesco Gonzaga di Gazzuolo il privilegio di battere moneta. Inizia l’attività della zecca e si coniano pregevoli monete d’oro e d’argento.

Nel 1562 il fondatore emana una grida con la quale obbliga i suoi sudditi, allora residenti nel contado, a trasferirsi nella nuova città sotto la minaccia di pene pecuniarie e fisiche.

Nello stesso anno istituisce un’Accademia di lettere greco-latine e chiama a reggerla l’affermato filosofo e umanista Mario Nizolio da Brescello (1498-1567).

Non si sa con esattezza dove sorgessero gli edifici di queste importanti istituzioni vespasianee; ne resta solo il ricordo nelle tre vie che oggi portano il loro nome: via della Stamperia, via della Zecca e via dell’Accademia.

Come fortezza, Sabbioneta doveva essere difesa da un congruo numero di soldati. Nella città erano dunque presenti le caserme per il loro alloggio, le scuderie per il ricovero dei cavalli e le stalle per i buoi utilizzati per il traino dei pesanti pezzi d’artiglieria. Erano anche necessari capaci magazzini e vasti fienili che, in caso di un eventuale assedio, permettessero di approvvigionare le truppe di difesa, i cittadini assediati e di foraggiare il bestiame. Non ultimo occorrevano adeguati depositi per le munizioni e locali per il ricovero delle artiglierie. Alle spalle del Palazzo Giardino, tra il lato meridionale del muretto perimetrale del giardino all’italiana e il terrapieno del baluardo San Francesco, sorgeva lo stallone, l’ampia scuderia ducale in cui erano allevati i cavalli di razza che costituivano la cavalleria di Vespasiano Gonzaga. (Giovanni Sartori)