Sinagoga

 

Sabbioneta ospitò un’attiva comunità di ebrei molto tempo prima dei lavori di edificazione promossi da Vespasiano Gonzaga. I documenti ci permettono di risalire con certezza fino al 1436, anno in cui alcune famiglie ebree provenienti da Pisa si stabilirono nel territorio sabbionetano. Qui i Gonzaga concessero loro di esercitare il prestito ad usura permettendo di aprire un banco di pegno.

Le notizie sono scarse fino alla metà del Cinquecento, periodo in cui la comunità ebraica poté beneficiare del clima di tolleranza voluto dal duca che impedì alle autorità ecclesiastiche di controllare la loro attività, soprattutto i libri che venivano stampati nella stamperia finanziata dal ricco ebreo Tobia Foà. Nella Sabbioneta vespasianea inoltre gli ebrei non erano confinati in un ghetto, ma erano integrati perfettamente alla popolazione di confessione cattolica quindi abitavano in modo sparso nella città e potevano professare liberamente il loro culto.

La sinagoga è ubicata al secondo piano di una abitazione privata nelle immediate vicinanze della chiesa parrocchiale. Fu scelto questo luogo in seguito alla donazione di Salomone Foà, l’antico proprietario dello stabile, di alcuni ambienti di questo edificio. La struttura fu completamente trasformata agli inizi dell’Ottocento. E’ noto come il governo austriaco cercasse di limitare le prerogative delle comunità ebraiche del Lombardo-Veneto; la comunità sabbionetana ricevette infatti la proposta di aggregarsi amministrativamente alla più grande comunità di Mantova; se avessero accettato molti dei loro privilegi sarebbero stati compromessi. In quel periodo gli ebrei in Sabbioneta erano circa un centinaio e costituivano una ricca e attiva borghesia. Il loro secco rifiuto fu accompagnato dai lavori di ampliamento della Sinagoga in elegante stile neoclassico.

Il progetto fu affidato all’architetto cremonese Carlo Visioli, che già aveva lavorato alla sinagoga di Viadana. L’opera fu portata a termine nel 1824. Si accede all’appartamento che ospita la sinagoga salendo quattro rampe di un’elegante scala marmorea. La sala di preghiera e di riunione è proceduta da un vestibolo rettangolare; in ciascuno dei lati lunghi sono disposte tre porte: una reale e due dipinte. La sala è strutturata seconda un preciso schema. Nella parete di fondo si trova l’edicola in cui è ubicato l’aron ovvero l’armadio sacro che contiene la Torà. Esso è preceduto da un’elaborata cancellata costituita da pezzi di ghisa assemblati tra loro che delinea la tevà, la tribuna per la lettura delle scritture sacre. Dalla parte opposta si trova la balconata del matroneo, luogo riservato alle donne, che è separata dalla sala da un’austera grata in legno dipinto di nero. La volta, impreziosita dagli stucchi dell’artista svizzero Pietro Bolla, sembra una vela gonfiata dal vento e ricorda le primitive sinagoghe coperte da una semplice tenda. Le imponenti colonne e lesene perimetrali in finto marmo con elaborati capitelli corinzi, alludono al Tempio di Salomone. Fortunatamente si conserva in situ buona parte degli arredi mobili: le due lampade ad olio che affiancano l’aron, alcuni banchi in noce, le apliques a sette bracci sui fusti delle lesene ed un candelabro a nove bracci (channucchia).

La comunità ebraica sabbionetana si estinse naturalmente prima dello scoppio del secondo conflitto mondiale, infatti l’ultimo ebreo morì nel 1937. La sinagoga cadde in stato di abbandono per un cinquantennio. Grazie ai lavori di riconsolidamento strutturale che si sono svolti negli anni Ottanta è stato possibile riaprire la Sinagoga sia al pubblico che al culto. La graziosa ed elegante struttura viene saltuariamente utilizzata dalla Comunità Ebraica di Mantova, la proprietaria dello stabile. Dal 1994 l’edificio ospita anche una piccola mostra realizzata con l’allestimento di pannelli illustrativi collocati nel vestibolo. (Giovanni Sartori)